Comunicato Stampa / 14

La cantautrice ligure già insieme a De André ha stupito ed emozionato con un concerto improvvisato nel corso del “Città di Airola”

Domenica Vernassa, musica per cuori raffinati

Il Teatro Comunale di Airola gremito per il concerto di Domenica Vernassa

Ha stupito tutti quando, alzandosi a piedi nudi, ha salito la scaletta del palcoscenico e si è esibita di fronte a trecento persone entusiaste che gremivano il Teatro Comunale di Airola: è Domenica Vernassa, raffinata cantautrice ligure, in Commissione per la sezione “Musica Leggera” del III Concorso Nazionale di Esecuzione Musicale “Città di Airola”, svoltasi giovedì 2 giugno nella cittadina caudina. La Vernassa, indole istrionica e voce trascinante, ha sciorinato alcune perle del suo repertorio, come una originale rilettura in dialetto de La canzone di Marinella e A Cumba di Fabrizio De André, con cui ha lavorato come corista e che rappresenta uno dei numi tutelari della sua carriera. I due pezzi, insieme ad un’altra cover e a 9 inediti, comporranno il nuovo album di Domenica Vernassa, in uscita quando ne sarà “completamente soddisfatta, perché la fretta induce a pubblicare lavori approssimativi”.

Nelle sue canzoni, lei ha compiuto la precisa scelta stilistica del dialetto. Perché?
Il ligure è la mia lingua, il mio impasto sonoro. Sono di Alassio, però da 30 anni mi sono spostata sull’Adriatico e per questo motivo ho fatto mio anche l’anconetano. Sono le voci che ascolto per strada a nutrire la mia ispirazione: non potrei perciò fare a meno dei dialetti. Poi c’è Fabrizio De André. Quando nell’82 è uscito Creuza de ma, ha compiuto una coraggiosa svolta artistica per l’epoca, aprendo a tutti noi le strade della musica etnica.

Però nella sua carriera non c’è solo il folk.
Il mio album più vicino a colori etnici è O meu mondo, del 2006, in cui riecheggiano il fado portoghese, il sirtaki, la bossa nova. In realtà nella mia carriera ci sono esperienze variegate. Ho iniziato a scrivere canzoni pop, poi sono passata per il genere demenziale, partecipando con il brano Macellaio al Festival di Sanscemo edizione 2003. Anche se in realtà Macellaio ha poco di demenziale ed è piuttosto una denuncia satirica della mercificazione dei corpi femminili. Infine sono arrivata ad una riscoperta di storie cantautorali.

Con Umbertì, l’ultimo re di Ancona ha ottenuto importanti attestazioni dalla critica.
Quest’album del 2004 nasce grazie alla collaborazione con Regione Marche e Comune di Ancona, anche per riscoprire il dialetto anconetano. Vi si celebra la figura di Umbertino, un barbone che per 40 anni ha guardato la vita dalla prospettiva di una panchina. Ma anche un vero pensatore, che ha scelto volontariamente di vivere per strada e di emarginarsi dalla società capitalistica e frenetica contemporanea. Aveva creato un suo regno filosofico, che sintetizzava nella battuta: “peggio la prescia che la mondezza”. Ed era anche molto educato e rispettoso: per evitare di disturbare a causa del suo cattivo odore aspettava il dono di una sigaretta o di un bicchiere di vino sempre fuori dai bar e dai ristoranti.

Sempre nel 2004 è arrivata in semifinale al Premio Recanati con Ene daeuru loro.
Questo brano ha un sapore molto particolare. Io vivo ad Ancona di fronte al porto e ogni giorno osservo la stessa scena. Mogli e donne di pescatori che con le guloppe (le buste di plastica, ndr) piene di viveri riforniscono i loro uomini che fanno la dura vita del mare. L’espressione “ene daeuru loro” (sono davvero loro, ndr) è riferita al giro che i gabbiani compiono sulla spiaggia confermando
il ritorno dei “coglioni”, i marinai che rischiano la vita per pochi soldi, che qualcuno intuisce guardandoli da lontano. Questo brano ha un sapore balcanico, perché in fondo a dividerci dalla ex Jugoslavia c’è appena un lembo di Adriatico. Al “Recanati” ho notato che c’è un livello altissimo di tecnica, quindi essere arrivata in semifinale, su oltre 500 iscritti, è per me un grande onore.

Nel 2010 è arrivata anche la vittoria al Cantagiro. Che sapore ha avuto?
Ho vinto la sezione inediti con U caruggiu du Bertu, altro brano dialettale ligure, che è arrivato anche in finale al St. Vincent. Certo, il Cantagiro non ha più il fascino degli anni dell’Equipe 84, ma è sempre una bella gratificazione portare a casa dei premi.   

Lei ha partecipato a molte competizioni musicali in qualità di concorrente, che effetto le fa ora essere dall’altra parte, come esperta cantautrice e giudice?
In tre minuti è un duro compito valutare un cantante o un artista. In un lasso di tempo così breve possono incidere l’emozione, il caso o altri fattori imponderabili. Ho notato che da un lato ci sono molti talenti in erba che però faticano ad esprimere la loro personalità, finendo per tramutarsi in cloni di artisti famosi. Da un altro lato, ci sono invece tante voci di qualità, con belle paste vocali. In generale, oggi, grazie alla presenza di tante scuole sul territorio, come “Mille Note” in Valle Caudina, sono notevolmente aumentate la preparazione tecnica e la formazione nel canto. Quasi tutti i concorrenti del “Città di Airola”, ad esempio, sapevano usare correttamente il diaframma e le nozioni base. D’altra parte i concorsi seri consentono di mettere alla prova il proprio talento e di
confrontarsi con i propri coetanei con una veridicità e professionalità, che nessun karaoke, esibizione live o contest potrebbe assicurare.

Che impressione le ha lasciato il “Città di Airola”?
Sono rimasta piacevolmente stupita. Ad Airola è stato tutto perfetto e ho avuto la conferma che nei piccoli festival o concorsi la passione e la cultura degli organizzatori garantiscono un’assistenza tecnica e un rigore organizzativo spesso sconosciuti ad eventi di dimensioni maggiori. Devo davvero complimentarmi con il M° Anna Izzo, direttore artistico del “Città di Airola”, e con l’amico Paco Ruggiero, consulente per la sezione musica leggera grazie al quale oggi sono qui. Mi auguro che il Concorso airolano cresca sempre più e diventi un autentico presidio per la cultura musicale sannita e campana.

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